Roma non più Caput Mundi

La Capitale d’Italia non sta passando un bellissimo momento storico: altissima disoccupazione, insoddisfazione collettiva, economia in rianimazione tendente all’encefalogramma piatto, debito-mostro da PIL di un generico paese africano e una lotta intestina amministrativa perenne.
Il caso mediatico del Sindaco Virginia Raggi, registrata mentre tenta d’imporre una discutibile variante del bilancio di una partecipata comunale, è solo la punta di un iceberg enorme, che già da troppo tempo galleggia pericoloso nel mare del dissesto socio-economico.
Tentiamo di scoprire cosa c’è di vero e se c’è del salvabile nella delicatissima situazione di Roma.

Una città immobile, depotenziata e senza soldi

I mali di Roma non nascono certo oggi, né negli ultimi tre anni.
La città, attualmente ancora il più vasto agglomerato metropolitano d’Italia e tra i principali d’Europa, soffre una situazione di estremo disagio da parecchi anni.
Numeri alla mano, considerando il livello occupazionale, il PIL cittadino e la quantità totale di debito accumulato, la situazione della Capitale è cominciata a farsi preoccupante all’inizio degli anni 2000, subito dopo la fine dei fondi messi a disposizione per il Giubileo.
I dati infatti dicono che nel biennio 2004-2006 Roma toccò (per l’unica volta nella sua storia repubblicana) la punta massima del suo potenziale: il PIL più alto d’Italia, superando anche Milano.
Ma erano altri anni, e tutt’altra economia: molto di quel PIL proveniva infatti dal settore edilizio – all’epoca, in bolla speculativa selvaggia – in misura attorno al 40%.
Un’enormità, che ovviamente non poteva durare.
In realtà, Roma non è mai stata particolarmente ‘solida‘ e ‘florida‘ a livello industriale, né economico in generale: già durante le prime fasi del Regno d’Italia (quando ancora la città era governata dai Papi), era superata non solo da Milano ma anche da Napoli, vero fulcro produttivo di un’Italia ancora politicamente divisa.
Ci vollero i bersaglieri, una grossa dose di ingegneri ed architetti piemontesi prima e una valanga di soldi buttati su dal Fascismo poi per sgomberare le pecore dai fori imperiali, modernizzare la città e portare un pelo in più di organizzazione industriale.
Ma i risultati furono sempre abbastanza deludenti, anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: la produzione industriale non s’è mai spostata molto dalle regioni del nord, mentre il centro finanziario non ha mai lasciato Milano.

A poco sono serviti anche gli anni di spese folli della Democrazia Cristiana, in cui vagonate di Lire (spesso, per puro voto di scambio) furono riversate sulle baraccopoli oltre le mura Aureliane: le vecchie ‘borgate‘ romane, luoghi infelici in cui s’ammassavano poveracci da ogni parte d’Italia, furono trasformate in mega-quartieri, ignorando tuttavia ogni più elementare e raziocinante regola di buona urbanistica.
È per questo che la città soffre di una mancanza cronica di infrastrutture adeguate, sia viarie che ferroviarie.
Roma non è mai stata in grado di attirare capitali o comunque investimenti internazionali, salvo un brevissimo periodo durante il ‘boom economico‘ italiano degli anni ’60.
È una megalopoli in cui il tempo e le opportunità di un comodo e stabile lavoro statale hanno ammassato una quantità enorme di persone che, al contrario di tante altre capitali mondiali, non è riuscita tuttavia ad accentrare i servizi finanziari del paese.
Ha un afflusso di turisti pazzesco (circa 10.000.000 l’anno, tra le prime tre in Europa) che comunque non è mai riuscita a far divenire una vera e propria industria: la valorizzazione del suo enorme ‘museo a cielo aperto‘ è stata sempre scarsissima, e la grande quantità di monumenti, chiese e meravigliose piazze non ha mai portato quantità significative né di investimenti statali e né di denaro proveniente da fondi privati.
Non è quindi un caso che, a livello di reddito pro-capite, la Capitale d’Italia sia ingolfata, almeno negli ultimi 20 anni, in una media più da meridione che da metropoli europea: ha più del doppio dei contribuenti di Milano (con un reddito pro-capite medio di circa 30.000 Euro) ma mediamente i suoi cittadini sono inchiodati sui 24.577 Euro.
Basti pensare che Bologna, i cui contribuenti totali non arrivano neppure a coprire un quartiere medio-popoloso di Roma, supera la Capitale con i suoi 24.616 Euro procapiti.
L’eccezione di essere la Capitale economicamente più fragile, povera e con meno investimenti di tutta l’Unione Europea.

I talenti romani fuggono, i talenti italiani (e non solo) non arrivano

Un altro indicatore di come a Roma non stiano andando propriamente bene è la capacità della Capitale di attrarre giovani lavoratori di talento non solo internazionali, ma anche italiani.
Se l’Italia in generale ha un problema abbastanza serio nell’imporsi come meta appetibile per studenti e lavoratori specializzati, importando quasi esclusivamente manodopera a bassa o nulla specializzazione, Roma può contare sull’università più grande d’Italia (La Sapienza), ma sulla più bassa percentuale di giovani che, finiti gli studi, poi effettivamente rimangono nella città per lavorare (e pagare i tributi).
Piuttosto, la Capitale pare confermarsi, anche negli ultimi anni, come una mera meta di passaggio: riesce ad attirare ancora una considerevole quantità di giovani, quasi esclusivamente dal meridione, che forma e specializza, ma che vede poi scappare.
Non è infatti un caso che, negli ultimi 10 anni, il numero totale di nuovi cittadini di Milano provenienti da Roma si sia moltiplicato in maniera esponenziale: sono quasi tutti professionisti super-specializzati – specie nei nuovi settori produttivi – che hanno trovato nel capoluogo lombardo ciò che non è stato possibile trovare nella loro città d’origine.
Richiesta di professionisti esperti, professionalità e serietà aziendale, contratti economicamente soddisfacenti, stabilità lavorativa.
In una città dove è in corso una fuga generalizzata delle aziende, che si spostano verso lidi più convenienti e produttivi, anche quel poco che rimane di opportunità disponibili viene sistematicamente cannibalizzato da un mercato del lavoro asfittico, una concorrenza spaventosa anche per lavori a bassissima qualificazione e, in generale, dei contratti con superminimi tra i più bassi d’Italia.

Una macchina pubblica dal peso insostenibile

Roma è il comune italiano con più dipendenti in assoluto: 24.093 persone, alle quali si aggiungono i 24.233 dipendenti delle municipalizzate.
Un totale quindi di quasi 48.000 unità a carico della città, una cifra mastodontica se rapportata a quella di Milano (circa 16.000 dipendenti), e considerando anche la consolidata cattiva produzione amministrativa e gestionale della Capitale.
La situazione vede una media di 1 dipendente ogni circa 59 cittadini residenti (circa 2.800.000 a fine 2018), che dona alla città un altro poco invidiabile primato, ossia del nucleo urbano con più dipendenti per singolo cittadino.
Un così alto numero di dipendenti, assunti nel corso dei decenni con mega-concorsi discutibili sia in modalità che in effettiva necessità (l’ultimo, bandito dal Sindaco Gianni Alemanno ha visto la partecipazione di oltre 40.000 candidati per 1.500 posti, di cui solo poco più che 400 sbloccati di recente) non ha mai garantito una correlata alta produzione: ritardi ed inefficienze generalizzate sono percepite dai cittadini come endemiche, e la soddisfazione media della popolazione residente per i servizi resi (amministrativi, assistenziali, sociali, ecc.) è tra le più basse d’Italia.
In grossa misura pesano i disservizi ormai cronicizzati della raccolta e gestione dei rifiuti di AMA, la controllata capitolina per la nettezza, e l’ormai de-facto fallita ATAC, la società di trasporti pubblici in perenne rosso da quasi un decennio, strozzata da un debito insolvibile (oltre un miliardo di Euro), una flotta aziendale dall’età media altissima e una capacità produttiva bassissima, in relazione al territorio coperto, il numero di chilometri medi percorsi l’anno e la capacità effettiva di incassare regolarmente i titoli di viaggio.

Da ogni prospettiva si guardi, la gestione pubblica di Roma Capitale non può risultare né sana e né conveniente.

Debito altissimo, crediti fantasma

Il debito totale di Roma Capitale, consolidato negli anni a partire dal dopoguerra, ha raggiunto al 2019 la bellezza di quasi 12 miliardi di Euro.
Molto di questa enorme quantità di denaro da rimborsare è di natura finanziaria (mutui, espropri, prestiti, titoli, ecc.), circa 9 miliardi totali; il resto, è di natura commerciale (fornitori, servizi, ecc.).
Guardando i dati disponibili, salta subito all’occhio che gran parte di quel debito finanziario è stato aperto nei primi anni 2000 (con Sindaco Walter Veltroni), esattamente nel 2004, quando l’allora amministrazione pensò bene di emettere una quantità enorme di BOC (Buoni Ordinari Comunali), di quasi un miliardo e mezzo di Euro che, sommati agli interessi (5% annuo), ora comportano uno scoperto di circa 3,6 miliardi.
Curiosa anche la situazione degli espropri: Roma Capitale ha accumulato debiti verso le banche per circa un miliardo di Euro, a cui ha ben pensato di aggiungere un ulteriore aggravio di 600 milioni solo per contenziosi, legati sempre all’attività di esproprio.
Il debito commerciale (verso creditori privati non derivante da prodotti finanziari) è di circa tre miliardi di euro: molti sono fornitori di beni o servizi, che il comune non ha ancora saldato per le prestazione e per i prodotti acquistati.
Quest’ultima situazione risulta particolarmente grave se vista in prospettiva ATAC, riguardo al parco veicoli aziendali: si è arrivati al punto che, in assenza di pagamenti e con ogni creditore che ormai non è disposto a concedere più nessun ‘pagherò‘, la municipalizzata dei trasporti è impossibilitata ad eseguire anche la manutenzione più ordinaria ai propri veicoli.
Questo, unito ad un’età media particolarmente alta per bus (circa 17 anni), genera pericolosi e frequenti episodi di combustione, oltre a far stare ogni giorno fermo nei depositi il 50% del parco vetture.

Curiosa poi la situazione di alcuni crediti, risalenti addirittura agli anni ’60: di alcuni creditori esiste il credito, ma non esiste più la ragione sociale.
In pratica: molte aziende sono state chiuse o sono fallite in attesa che, in decenni, il comune di Roma si degnasse di rimborsare ciò che aveva acquistato.

Una città economicamente vecchia

A livello industriale ed economico, è doveroso notare come la maggiore concentrazione di imprese si riversi sul settore dei servizi (circa il 65%), in maniera assolutamente prevalente con l’attività di commercio (circa 26%), seguita a molta distanza dall’accoglienza (circa il 7% del totale).
Già qui si nota la prima, grande, incongruenza: anche a fronte di un grandissimo afflusso turistico annuo, Roma si dimostra incapace di saper indirizzare le proprie risorse private verso un modello di business che non sia prettamente di vendita al dettaglio.
Delle circa 300.000 attività del settore dei servizi, balza immediatamente all’occhio la marcata presenza del commercio all’ingrosso e al dettaglio con la riparazione di autoveicoli e motocicli: circa 124.000 del totale.
Considerevole anche la diffusa presenza di attività di servizi immobiliari: circa 23.965, che superano le attività professionali, scientifiche e tecniche (ferme a circa 19.000).
L’industria propriamente detta (produzione) arriva al 20%, tra le percentuali più basse d’Italia, in cui la parte da leone la fanno sistematicamente le imprese edili (il 14% circa del totale): altro segno che, a parte le costruzioni, a Roma la produzione pura di beni commerciabili è quasi irrisoria.
Interessante notare come le attività di agricoltura, silvicoltura e pesca della città e della sua gigantesca area metropolitana siano ferme a piccolissime percentuali (poco meno del 3%), anche a fronte di ampia disponibilità di spazi coltivabili, ancora non intaccati dalla cementificazione sub-urbana.

Tutti questi dati ci indicano un chiaro modello di città, in cui i servizi commerciali al dettaglio trainano tutta l’economia, e cannibalizzano anche il business dell’accoglienza.
Aziende innovative, che operano con le nuove produzioni tecnologiche (ad esempio, il settore digitale e l’enorme indotto da esso portato) sono minoritarie, e vengono surclassate anche dalle imprese storicamente considerate a bassa specialistica d’accesso, come le agenzie immobiliari.
La produzione industriale è bassa, ed è praticamente monopolizzata dal settore edile, che lascia le briciole a tutti gli altri reparti industriali.
L’impatto del reparto statale, con i propri ministeri ed enti, è sicuramente da considerare nell’economia della città ma può e non potrà mai, produttivamente parlando, competere con un indirizzo definito del sistema macro-economico, a trazione commerciale.
Un commercio però di tipo vecchio: concentrato quasi esclusivamente al dettaglio con un punto fisico, ben poco aperto ai mercati digitali e che spende cifre irrisorie in innovazione e promozione pubblicitaria.

La grande fuga di aziende e talenti

In una città in cui il business principale è il commercio al dettaglio seguito dalla produzione edile, strozzata da un debito enorme, amministrativamente impalata, ferma da decenni a livello infrastrutturale e con un basso reddito procapite, fare impresa è difficile.
Diventa ancora più difficile quando i deficit strutturali (facilità di trasporto merci e persone, incentivi e sgravi fiscali, capacità di accentrare risorse, ecc.) si sommano a deficit gestionali.
Da almeno una decina d’anni Roma non riesce ad avere un’amministrazione coerente, di lungo progetto e, soprattuto, stabile: gli scandali penali, il continuo passaggio da un progetto politico ad un altro (senza peraltro l’averne visto concretamente i vantaggi), le giunte che cambiano costantemente nel corso di un singolo mandato, una conclamata incapacità di razionalizzazione della macchina amministrativa e il procrastinare perenne di soluzioni efficaci (anche se impopolari) a ‘data da divenire‘ hanno trasformato la città in un terreno non fertile per chi fa impresa.
Specialmente, per chi fa grande impresa.
Solo negli ultimi periodi, aziende enormi come Wind, Sky, TIM e Mediaset hanno deciso di lasciare la Capitale, rivolgendo le loro attenzioni su realtà più comode e meno ingessate, come ad esempio Milano.
Con loro, Roma ha visto partire non solo enormi flussi economici dell’indotto, ma anche il futuro di migliaia di famiglie che per le succitate aziende lavoravano.
In una città che non richiede personale specializzato, soprattutto nei nuovi settori, è tacito constatare una fuga sistematica di talenti e realtà che hanno fatto della specializzazione e dell’innovazione la loro forza di mercato.
In economia, quando un settore – sia finanziario che commerciale – non genera più domanda e non riesce più ad assorbire nessuna offerta si parla di ‘desertificazione‘.
Tale desertificazione è evidente nel tessuto produttivo di Roma già da diversi anni: la città non riesce più ad essere attraente per le grandi aziende, per i grandi fondi nazionali ed internazionali e, di conseguenza, neppure per i professionisti iper-qualificati.
Tale situazione non è invertibile, non nel breve termine almeno.

L’amministrazione di Roma del Movimento 5 Stelle

Nel 2016, dopo che l’allora Sindaco Ignazio Marino fu sfiduciato dal suo stesso partito (il Partito Democratico) in piena lotta intestina e di poltrona, le dimissioni forzate del primo cittadino portarono ad una tornata elettorale dai toni asprissimi e dalla violenza verbale raramente vista anche nella litigiosa Italia.
La situazione di grave degrado sociale ed economico, la posizione traballante di ATAC, AMA e di una gestione pubblica totale gravata da un debito altissimo furono ottimo terreno di coltura per un’ondata di populismo dilagante ed inarrestabile, col partito del Movimento 5 Stelle che riuscì a veicolare anni ed anni di lassismo e mala gestione nel proprio successo elettorale.
Come candidata Sindaco del M5S venne scelto il giovane avvocato Virginia Raggi: una figura senza esperienza lavorativa particolarmente rilevante, con nessuna attività politica istituzionale alle spalle prima delle elezioni del 2013, dove divenne consigliere comunale con 1.525 voti di preferenza.
Attivista nel comitato di quartiere della sua zona, venne designata dagli attivisti del M5S dopo un sondaggio interno al movimento in cui prese 1.764 voti su 3.862 votanti.
Una percentuale di votanti decisamente bassa, considerando la particolare importanza della candidatura.

Alle elezioni del 2016 riuscì ad incassare 461.190 preferenze (il 35,6%) in una tornata elettorale caratterizzata dall’alto tasso di assenteismo, in cui si scontrò al turno di ballottaggio con il candidato del PD Roberto Giachetti, fresco di 325.835 preferenze.
Alla sfida testa a testa, la Raggi riuscì ad incassare 770.564 preferenze, surclassando quindi Giachetti che rimase inchiodato sui 376.935 voti a favore.
I numeri della tornata elettorale, quindi, confermarono subito una cosa: su un elettorato di 2.363.776 aventi diritto, votarono meno della metà di romani (1.147.499), rendendo quindi la vittoria della Raggi valida e legale, ma non di ampio respiro.
La politica amministrativa del nuovo Sindaco fu chiara fin dall’inizio del mandato: con il ritiro della candidatura per le olimpiadi del 2024, la giunta Raggi ribadì la linea concettuale del suo movimento, storicamente poco incline alla crescita economica e agli investimenti di privati e stakeholders.
Tale linea profilerà una chiusura totale da parte dell’amministrazione a molti progetti di riqualifica ambientale in project financing, che raggiunsero l’apice a fine 2016, quando l’allora assessore all’urbanistica Paolo Berdini ostacolò in ogni modo possibile il progetto della TIM per le ex ‘torri della finanza‘ dell’EUR, facendo poi desistere l’azienda col proseguimento dell’opera.
Nei successivi tre anni di amministrazione, nonostante piccolissimi traguardi (spesso, di ordinaria amministrazione) portati all’attenzione dei media, il Sindaco e la sua giunta non riuscirono a trovare soluzioni o piani di soluzione per i problemi più impellenti della città, come ad esempio la gestione della nettezza e l’inarrestabile crisi economica del est della Capitale (quello con ancora un piccolo residuato industriale).
La soluzione trovata per ATAC ed il suo enorme debito pubblico fu il solito procrastinare, accedendo all’istituto del concordato preventivo (dagli esiti tutt’ora incerti).
Non furono stanziati progetti infrastrutturali di livello, non venne redatto nessun nuovo Piano Regolatore Generale, non venne neppure rinegoziato l’enorme debito del Comune, ormai ben poco gestibile (e obiettivo conclamato durante la campagna elettorale).
L’intervento della giunta si limitò all’amministrazione ordinaria, favorendo anzi una paralisi decisionale centrale che si ripercosse notevolmente anche nei municipi periferici, rendendo di fatto ben poco produttivo il lavoro generale amministrativo.

Scandali, manette ed inadeguatezza

Uno dei principali problemi dell’amministrazione M5S a Roma è una certa supponenza e iper-valutazione delle capacità gestionali del proprio consiglio capitolino, che ha da sempre ignorato i reali ed impellenti problemi strutturali della città.
La Raggi ha deciso in autonomia la sua giunta ed i suoi collaboratori diretti e li ha difesi strenuamente anche di fronte a provvedimenti poco felici, salvo poi scaricarli molto velocemente quando questi si sono dimostrati non adatti all’incarico e/o pericolosi per l’integrità elettorale del partito.
Lo stesso Sindaco ha più volte manifestato una certa ingenuità nello scegliere i propri collaboratori: ciò l’ha portata alla nomina a capo del dipartimento turismo del Campidoglio di Renato Marra, fratello di Raffaele, ex capo del personale del Comune, poi arrestato con l’accusa di corruzione.
Tale leggerezza le costò un provvedimento giudiziario e molte polemiche, poi fortunatamente (per lei) risoltesi in un’assoluzione in primo grado.
Un’altra leggerezza di valutazione per la nomina di Salvatore Romeo come capo della segreteria politica del Campidoglio le costò un’altra indagine, conclusasi con l’archiviazione.
Tutti errori di valutazione evitabili, probabilmente causati dalla scarsa esperienza del Sindaco in ambito non tanto politico quanto amministrativo capitolino.
La sua stessa giunta, più volte cambiata in corso d’opera (e con una certa velocità) ha ampiamente dimostrato una certa confusione decisionale, e l’assenza di risultati apprezzabili a livello macro (viabilità, gestione rifiuti, trasporto, ecc.) ha confermato l’impressione iniziale di probabile inadeguatezza al ruolo di primo cittadino di una realtà complessa come Roma.
Nei restanti due anni di mandato, appare francamente improbabile che il Sindaco Virginia Raggi e la sua giunta riescano ad invertire la deriva economica di Roma, anche ammettendo (ma non concedendo) l’adozione di misure straordinarie di rapida esecuzione, che a questo punto però appaiono decisamente ardue anche solo da immaginare.

Decisioni autonome impongono responsabilità specifiche

È indubbio che Virginia Raggi abbia scelto i propri collaboratori in autonomia e dopo un’attenta analisi delle professionalità e della competenza.
Nessun essere umano sano di mente, in coscienza e che tiene alla propria carriera (e società) sceglierebbe mai elementi che giudica di scarso valore per accompagnarlo in una missione così difficile e delicata.
D’altro canto, è impossibile che un eccesso di auto-stima abbia fatto temporaneamente impazzire il Sindaco, instillando nella sua testa l’idea di poter gestire da sola ogni situazione ed ogni problematica, anche in presenza di qualche rotella dell’ingranaggio dei collaboratori ‘poco collaborativa‘ (diciamo così).
Fedele a quanto ha più e più volte dichiarato (e nessuno ha motivo per dubitarne), Virginia Raggi non è stata influenzata dai vertici del proprio partito nella scelta dei collaboratori, neppure di quelli che si sono poi rivelati improduttivi o non adatti al ruolo.
Questo vuol dire che tutte le responsabilità, sia in onore che in onere, ricadono esclusivamente sulla di lei persona.
Come Presidente del Consiglio Capitolino e come capo del socio maggioritario di AMA (Roma Capitale), Virginia Raggi ha anche scelto in autonomia l’Amministratore Delegato della municipalizzata, quel Lorenzo Bagnacani che, ora, è diventato il nemico numero uno del Campidoglio.
Dopo che per mesi era stato uno dei manager di riferimento dello stesso.
Parlando di responsabilità, sarebbe bene ricordare al Sindaco che il compito ultimo di ogni manager è il completamento degli obiettivi che gli sono stati affidati.
Nel caso di un Amministratore Delegato, tali obiettivi possono essere sintetizzati in un unico target: portare in utile l’azienda.
E permetterne quindi la sussistenza.
Il bilancio di una grande azienda non viene deciso dal suo manager di riferimento, bensì da una commissione appositamente istituita per quel motivo, che al massimo l’AD presiede.
La preparazione del bilancio di previsione è un’operazione che può andare dal semplicissimo all’enormemente complesso, a seconda del tipo di azienda, della sua dimensione e struttura, della sua complessità finanziaria e gestionale.
Nel caso di AMA, il lavoro è particolarmente complesso perché l’azienda è grande, ha molto debito e ha come unico socio di riferimento un comune già iper-indebitato, a cui (paradossalmente) l’azienda ha venduto dei servizi di propria volta.
Il compito di un AD è controllare che la commissione che redige il bilancio faccia bene il proprio lavoro, e che la negoziazione dei differenti settori aziendali sia fluida, coerente e idonea.
Il risultato finale, ossia il bilancio, è un lavoro corale, e come tale deve essere inteso: non è il capriccio di un manager, né di uno ne più di uno.
È la negoziazione di interi settori, che devono dire quanto hanno speso, quanto hanno incassato, quanto prevedono di spendere (se è un bilancio preventivo).
Se esistono dei crediti fluidi, certi ed esigibili, è ovvio che la commissione li metterà in bilancio.
E non potrebbe fare altrimenti, a prescindere da quello che il socio decide o meno.
Fare il contrario, ossia omettendo crediti esigibili, potrebbe essere passibile di reato.
Di certo, il Sindaco avrà tenuto conto di tutto ciò, prima di ordinare al suo AD un qualcosa che, tecnicamente, non avrebbe mai potuto fare.

Il futuro di Roma

A meno di immediati e corposi interventi (sia a breve che a lungo termine), il futuro di Roma è segnato per i prossimi 10-15 anni.
E non è un bel futuro, come non è bello neppure il presente: è il futuro di una Capitale che è tale solo amministrativamente, ma con poco o nullo peso specifico in qualsiasi altro settore.
Non avrà investimenti privati, non avrà opportunità di crescita, subirà una desertificazione galoppante che riguarderà settore dopo settore, fino a rimanere con i servizi essenziali alla sussistenza o poco più, perdendo definitivamente il collegamento con le altri capitali europee.
Non avrà più (ma già non le ha) aziende di talento, in cui lavorano persone di talento, e l’espansione edilizia non potrà risolvere il drastico calo degli introiti dei tributi che la desertificazione porterà.
Ciò avrà effetti ancora più nefasti sul PIL cittadino, impoverendo ancora di più il reddito procapite, che l’afflusso più o meno regolare di immigrati non potrà più arginare.
La città diventerà più povera, più brutta, più disordinata di quanto è ora (che ha superato già i livelli di allarme).
Tutto ciò non è probabile, ma è certo, e anche l’orizzonte temporale è più o meno definito.

Autore: Giorgio Fiorini

IT Project Manager

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *