Debito Capitale: il maxi-accollo dello Stato che non è un affare per nessuno

Sta facendo molto discutere il fatto che nel recente ‘Decreto Crescita’  approvato giovedì 4 aprile dal Consiglio dei ministri c’è l’impegno da parte dello Stato centrale ad accollarsi, da qui al 2021, il debito-mostro (circa 12 miliardi di Euro, in pratica mezza finanziaria) di Roma Capitale, con un’operazione infilata all’ultimo nel ‘decretone’, ed approvata a fari spenti, quasi a volerla far passare in sordina.
Scopriamo di più su una vera e propria manovra finanziaria in cui lo Stato non guadagnerà nulla, ma perderà anzi soldi, a vantaggio dell’inefficienza e della mala gestione.

Un debito antico, un costo insostenibile

Per capire la grave decisione del Governo di accollarsi così tanta spesa in così poco tempo a vantaggio di un singolo comune (benché enorme ed importante come quello di Roma), è necessario tentare di ricostruire, almeno a grandi linee, l’origine dello scempio economico.
Va detto subito: la storia di 12 miliardi di debito non è di ora, non è neppure dell’altro ieri, ma è frutto di anni ed anni di investimenti sbagliati, di gestioni semplicemente ridicole, di incompetenza mista a saccenza, di assurdi sprechi e di poco, pochissimo buonsenso e senso degli affari che, si suppone, qualsiasi Pubblica Amministrazione dovrebbe avere come modello di riferimento.
Analizzando il debito totale che le amministrazioni romani hanno creato in circa 30 anni di duro lavoro, va subito notato che, su 12 miliardi di Euro, circa 9 miliardi sono debiti finanziari, cioè soldi che debbono essere ridati ad investitori che hanno acquistato titoli e altri prodotti meramente finanziari emessi dall’ex Comune di Roma nel corso degli anni.
Di questi 9 miliardi, una cifra che già farebbe impallidire qualsiasi amministratore dotato di un minimo di raziocinio, circa 3,6 miliardi di Euro sono frutto di una scellerata operazione del 2004, voluta dallo staff dell’allora Sindaco Walter Veltroni, in cui vennero emessi dei giganteschi BOC (Buoni Ordinari Comunali), che ora pesano per circa 2,2 miliardi di interessi (con un tasso superiore al 5%) e capitale residuo di circa 1,4 miliardi.
Assurdamente, il capitale residuo dovrebbe essere corrisposto in un’unica soluzione alla scadenza del mega-BOC (nel 2048), cosa che – con le leggi di oggi in materia di pubblica finanza – non sarebbe più neppure possibile.
La cosa ancora più assurda è che la legge vieta agli enti locali emettere Buoni Ordinari Comunali qualora siano “in situazione di dissesto o in  situazioni  strutturalmente  deficitarie”, neppure se l’emissione è prevista in consorzio con altri enti. 
Una cosa che, evidentemente, nel 2004 doveva essere scappata alla vista dei revisori dei conti comunali, visto che l’allora Comune di Roma aveva già almeno un paio di miliardi di debiti, addirittura risalenti agli anni ’70 e dalla situazione talmente ingarbugliata che, a volte, esisteva il credito ma non esisteva più il creditore.

Solo di espropri (anch’essi figli degli anni ’70, e non è un caso, considerando che gli scempi edilizi più selvaggi sono stati fatti proprio in quel periodo), escludendo quindi il maxi-BOC, Roma Capitale deve attualmente circa un miliardo di Euro.
A questo, si aggiungono circa 600 milioni di Euro di spese per cause legali (perse, nella maggior parte dei casi).
Al debito finanziario si aggiunge poi il debito commerciale, cioè quello che il Comune ha pagato ‘a buffo’, ovverosia promettendo di pagare per poi non farlo: aziende di servizi, forniture (sia di beni che risorse umane), ecc.
Tutti creditori che si sono fidati di Roma Capitale e che, sinora, non hanno visto il loro corrispettivo.
Un corrispettivo salato: circa 3 miliardi di Euro.
Molto probabilmente, tanti di quei poveracci (che magari sono falliti proprio perché il Comune non li ha pagati per tempo) non vedranno mai quanto loro dovuto, poiché molti di essi… Non esistono fiscalmente più, o sono passati a miglior vita.
La situazione sarebbe decisamente più complessa e piuttosto difficile da descrivere nel dettaglio (credo, anche per un revisore dei conti esperto), ma questo da a grandi linee la forma del gigantesco debito di Roma Capitale fino ad ora.

Walter Veltroni, Sindaco di Roma durante l’emissione del maxi-BOC

Bad Company e bad attitude

Nel 2008, a fronte di una situazione ormai insostenibile finanziariamente senza sciogliere il Consiglio Comunale per la mancata approvazione del bilancio, l’allora Sindaco Gianni Alemanno concordò col Governo in carica (guidato dal premier del tempo Silvio Berlusconi) una soluzione-ponte, usata spesso nel mondo delle aziende private: creare una ‘bad company’, ossia una società-fantoccio praticamente vuota e senza alcun obiettivo di business, a cui scaricare l’enorme debito accumulato, con l’obiettivo di permettere a Roma Capitale di poter chiudere i bilanci senza far giocare la poltrona a tutti.

Ovviamente, i crediti (che sono sempre soldi, seppur teorici) non si smaterializzano nel nulla: Roma Capitale aveva ed ha tutt’ora la responsabilità dell’enorme credito da rimborsare.
Per farsi dare l’OK a questo ‘unicum‘ il Comune della Capitale riuscì a contrattare col Ministero dell’Economia una specie di ‘piano di rientro’.
Il Sindaco Alemanno accettò di far governare la ‘bad company’ ad un commissario messo dallo Stato, che per buona misura cominciò il suo lavoro ‘col botto’: si fece anticipare 4 miliardi di aiuto statale, concordando col MEF un piano di rientro che con gli interessi oggi è arrivato a costarne 6.
Il tutto, senza intaccare significativamente il debito primario (quello finanziario) e anzi, producendo un sistema di rientro curioso, in cui circa 200 milioni l’anno venivano pagati dal commissario di Roma Capitale, e 300 milioni… Dallo Stato, ossia da tutti i contribuenti del Paese.
Accumulando quindi altro debito, in una città già iper-tassata, con le addizionali IRPEF più alte d’Italia.
In 10 anni, questo sistema amministrativo ha quindi portato la situazione molto vicina al paradosso in cui il curatore fallimentare (il commissario) stava rischiando a sua volta… Di fallire.
Ed il fallimento sarebbe stato certo già nel 2022, quando non ci sarebbe più stata liquidità in cassa.

Gianni Alemanno, Sindaco di Roma nel 2008, quando si decise la dismissione del debito in una ‘bad company’

Roma Ladrona, la Lega non perdona! (cit.)

E veniamo ai fatti attuali.
La corrente giunta capitolina, guidata dal Movimento 5 Stelle ed il Sindaco Virginia Raggi, ha annunciato non senza entusiasmo la ‘fine del commissariamento nel 2021 e la messa a posto dei conti’.
Con un piccolo (ma mica tanto) grande bonus: un previsto avanzo primario, nel 2048, di oltre 2,5 miliardi di Euro.
Eccezionale, considerando la situazione di un debito (ancora tutto da rifondare) di 12 miliardi!
OK, ma in sostanza come ha fatto il Sindaco e la sua giunta ad arrivare a questo traguardo, considerando che i soldi da dare non ci sono, non c’è liquidità e ancora tutto il debito sta lì nella ‘bad company’ praticamente intonso?
E si ritorna al discorso dell’inizio: il Governo in carica, a maggioranza M5S e Lega, si è preso in accollo praticamente tutto il debito, che rifonderà a tranche ai creditori (quelli che son rimasti, almeno) da qui al 2021.
Ma i politici del Governo si son subito affrettati a dire: “Non è un regalo pro-bono, lo Stato non ci rimetterà nulla”.
In che senso? Nel senso che, secondo l’accordo, lo Stato centrale s’impegnerà a dare tutti (e subito, in pratica) i soldi che Roma Capitale debe ai suoi creditori, e rientrerà poi del denaro speso con comodo, a rate, fino al 2048, sotto forma di detrazione annuale da quello che usualmente rigira a Roma dai soldi che piglia da tutti i contribuenti.
Quindi, i soldi verranno ‘scalati’ a Roma da qui al 2048, fino a ricoprire quanto dato ora.
Il Viceministro Laura Castelli ha definito l’operazione “win-win”, e ha assicurato che gli italiani non pagheranno per i buffi dei romani.
Sarebbe tutto stupendo, se non ci si ricordasse di una cosuccia, anzi di due: con un’operazione come questa non si risana nessun buco di bilancio, ma semplicemente si sposta il credito da un punto all’altro.
In questo caso, il cerino passa da Roma Capitale alla fiscalità generale dello Stato, e ci passa ora.
Seconda cosa: gli italiani stanno già pagando per il debito di Roma Capitale.
E lo stanno facendo a botte di 300 milioni l’anno, da quasi dieci anni.

Nulla è gratis, neppure i debiti

Il Viceministro Castelli è persona intelligente (si spera), almeno abbastanza da non poter ignorare un caposaldo dell’economia che, generalmente, s’impara al primo anno di marketing: tutto ha un costo.
Il tempo ha un costo.
Il denaro ha un costo.
Il prestito del denaro ha un costo.
Il prestito del denaro nel tempo ha un costo.
12 miliardi di Euro non sono noccioline, ma una quantità enorme di denaro: levarlo ora alla fiscalità generale – in un periodo peraltro di recessione economica – è un costo altissimo per lo Stato.
Che dovrà necessariamente riformulare il DEF del 2019 per poter inserire una tale spesa, peraltro imminente.
12 miliardi in meno sono un costo incredibile per uno Stato già iper-indebitato, che si vedrà quindi costretto a non poterli spendere per altre cose, magari di urgente richiesta.
12 miliardi di Euro rimborsati con comodo, in quasi 30 anni senza interessi da parte di Roma Capitale: non c’è da stupirsi che la cosa non stia andando a genio a quei Comuni che, magari, negli ultimi tempi hanno fatto i salti mortali per ‘starci dentro con i conti’, cercando di auto-finanziarsi senza battere cassa alle porte dello Stato.
Un prestito a costo zero, molto generoso, che fa raggiante Virginia Raggi, ma che non è una ‘rimodulazione del debito’, come da lei promesso in campagna elettorale: è un regalo di un amico molto intimo, che prenderà i soldi levandoli a tanta, tanta altra gente.
Come se quelli dati negli ultimi dieci anni non fossero stati già abbastanza.

Lo Stato ci perde, e Roma pure

In quest’operazione, per davvero ben poco comprensibile se non con la mente malata dell’interesse politico, lo Stato ci perde, e ci perde tanto: perde 12 miliardi subito, che non potrà né investire e né disporre dalla contabilità generale.
Perderà gli interessi per circa 30 anni, rientrando poco a poco dei soldi dati… Sempre che riesca a rientrare: la storia italiana è piena zeppa di episodi e precedenti che poco incoraggiano a pensar bene di queste operazioni.
Ma se Sparta piange, Atene non ride mica.
E difatti, a perderci sarà anche Roma.
La fine prematura del commissariamento della ‘bad company’ di Roma Capitale fa ora sorridere il Sindaco Raggi e il suo staff, ma è una risata che sa bene di amaro: in tre anni, l’amministrazione romana non è riuscita a trovare mezza soluzione alternativa alla vergognosa richiesta d’aiuto allo Stato, che non ci vuole molto a pensare che sia stata accolta solo per eguali idee politiche ed interessi di partito.
Almeno, di una parte ben nota dell’esecutivo.
Passata la festa, gabbato lo santo: invece che prendere una sonora mazzata economico-sociale, talmente forte da far finalmente rinsavire politici e cittadini dell’Urbe e metterli di fronte ai fatti duri e crudi (e magari obbligare il Governo a promuovere finalmente leggi speciali per curare una situazione in metastasi come quella romana), Roma perderà ancora un’ottima occasione di maturare e finalmente evolvere verso gestioni meno suicide.
“Too big to fail”, perché Roma è sempre Roma. Qualcuno pagherà sempre, non vedi?
Ma sì, amici di qualsiasi colore politico, continuiamo a sperperare denaro ed investirlo nei peggiori modi possibili: più debito accumuliamo, più siamo sicuri che prima o poi qualcuno ci aiuterà a ripagarlo.
Del resto, si sa come funziona: se hai un debito di 1.000 Euro con il tuo istituto di credito, hai dei problemi.
Se il tuo istituto di credito vanta un credito di 10.000.000 di Euro nei tuoi confronti, il tuo istituto di credito ha dei problemi.
Paradossalmente, nella finanza più soldi devi ridare e più sei trattato con riguardo: stessa cosa si applica per i grossi enti locali, il cui fallimento provoca sempre dei dissesti talmente forti che lo Stato, praticamente sempre, preferisce pagare per non dover poi sopportare.
Sperpera oggi, rimborsa lentamente (e a singhiozzo): Roma non fu fatta in un giorno, ma per arrivare a 12 miliardi di soldi da ridare ci abbiamo messo meno di 20 anni.
Seriamente, chi ha vinto in questo delirio?
Quanto saranno contenti i Comuni virtuosi di veder la feccia amministrativa trionfare col pietismo, con il lassismo, con l’allegra incompetenza su di loro che, miseri, prima di emettere un BOC tentano di trovare altrove – e dall’interno – le risorse?
Virginia Raggi ride soddisfatta, mentre Roma affossa nella nettezza, nella congestione perenne dei suoi mezzi di trasporto, nella condizione pietosa di strade e marciapiedi, nella fuga generalizzata di piccole e grandi aziende, in un vortice di povertà, sciattezza, miseria (sia materiale che intellettuale) come mai se ne erano viste dal dopoguerra in poi.
Sindaco, Lei saprà sicuramente dove il riso di solito abbonda, vero?

Autore: Giorgio Fiorini

IT Project Manager

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